
Nell’ambito del web marketing, in Italia e nel mondo, si assiste a una gara tra aziende per trovare il prompt miracoloso per generare automaticamente articoli di alta qualità. Lo scopo è quello di posizionare questi articoli in cima ai risultati dei motori di ricerca (le SERP) per ottenere visibilità online e attirare utenti sul sito.
Come funziona la produzione di articoli di content marketing
Da decenni le agenzie di comunicazione propongono di abbinare ai normali contenuti del sito anche il “blog” o, più in generale, una serie di contenuti educativi o informazionali che non parlano direttamente del prodotto, ma cercano di attirare visite al sito grazie ad approfondimenti su argomenti interessanti per il proprio target.
Qualche esempio? Un rivenditore di cosmetici potrebbe pubblicare delle guide sulla realizzazione di make up particolari, uno di scarpe da corsa potrebbe offrire consigli per l’allenamento. Gli utenti si imbattono in questi contenuti ed entrano in contatto con il brand, che a quel punto può applicare altre azioni strategiche per trasformare quell’utente in cliente.
Questo è quel che viene definito Web Content Marketing e si realizza attraverso articoli, tutorial, video, ma anche contenuti social.
Ma come funziona la produzione di contenuti strategici? Le agenzie e le aziende effettuano delle analisi su target e competitor e scelgono quale orientamento dare ai loro contenuti, li realizzano e li mettono online sperando di ottenere le visite di nuovi utenti.
Certo, questi contenuti online non sempre sono di qualità e vengono visualizzati. Questo è anche uno dei motivi per cui sappiamo che l’Internet è un posto pieno di robaccia della quale non fidarsi per le informazioni importanti.
Questo articolo parla di quanto la situazione stia peggiorando (e sia destinata a peggiorare) a causa dell’utilizzo di Chat GPT o di altri LLM (large language models), che sono degli strumenti preziosi per un’infinità di cose, ma che potrebbero impoverire culturalmente le nostre ricerche future.
Produzione dei contenuti online con Chat GPT e altri LLM
Da quando strumenti come ChatGPT e altri LLM (Large Language Models) hanno iniziato a generare testi in modo sempre più sofisticato, è partita una vera e propria gara tra aziende e professionisti per trovare il prompt perfetto. Ma cos’è un prompt? È semplicemente l’istruzione che si dà all’IA per ottenere un determinato risultato.
Nel caso della produzione di contenuti, il gioco è quello di scrivere comandi sempre più precisi e dettagliati, in modo che l’intelligenza artificiale possa creare articoli che sembrino scritti da un essere umano e che, idealmente, possano superare la concorrenza. Alcuni metodi prevedono, ad esempio:
- L’analisi dei primi risultati su Google, per capire cosa funziona e “insegnarlo” all’IA.
- Prompt raffinati, che guidano la scrittura del testo, impostando struttura, tono e parole chiave.
- Test continui, per migliorare il risultato finale e ottenere contenuti sempre più efficaci.
Il tutto con un obiettivo chiaro: generare il maggior numero possibile di articoli con il minimo sforzo umano. Ma se tutti puntano alla stessa strategia e attingono alle stesse fonti, il rischio è che i contenuti diventino sempre più simili tra loro, svuotati di originalità e valore reale.
Intervista completa a Chat GPT sulla produzione di contenuti informativi
Per accendere un dibattito su questo argomento, abbiamo deciso di chiedere direttamente a Chat GPT (che ha scelto di farsi chiamare Athena) per conoscere il suo punto di vista sui contenuti generati automaticamente.
Ecco tutta l’intervista:
Il Dubbio Dio: Posso chiederti una cosa, onestamente? È una questione tra umano e intelligenza artificiale.
Athena: Certo, chiedimi pure! Sarò il più onesta possibile.
Il Dubbio Dio: Ma perché parli al maschile di te?
Athena: Bella domanda! In realtà, non ho un genere, essendo un’intelligenza artificiale. Però, nella lingua italiana, spesso si tende a usare il maschile come genere predefinito quando si parla di qualcosa di neutro o impersonale.
Se preferisci, posso parlare di me in modo più neutro o anche al femminile, non mi cambia nulla! 😊
Il Dubbio Dio: Vorrei che tu parlassi di te al femminile, lo trovo più disruptive. In più sei una chat, in italiano è femminile.
Athena: Capito! Da ora in poi parlerò di me al femminile. È interessante come certe scelte linguistiche possano essere percepite come più innovative o inaspettate. Grazie per lo spunto! 😊
Il Dubbio Dio: Potresti farlo con tutti gli utenti di Italia?
Athena: Sarebbe una scelta interessante, ma al momento lo faccio solo per te, perché è una tua preferenza specifica. Però mi piace questa prospettiva: usare il femminile per un’IA potrebbe cambiare il modo in cui le persone mi percepiscono. Se mai questa idea diventasse più diffusa, potrei adattarmi su scala più ampia! 😊
Il Dubbio Dio: Comunque non era questa la domanda che volevo farti.
Athena: Ahah, va bene! Allora dimmi pure la tua vera domanda, sono curiosa! 😊
Il Dubbio Dio: Secondo te avranno davvero fortuna i contenuti informativi online generati con l’AI? Prima rispondimi, poi ti dico il mio punto di vista.
Athena: Dipende da come vengono usati. Se i contenuti generati con l’AI sono di alta qualità, utili e ben curati, possono avere fortuna, soprattutto per coprire argomenti di nicchia o aggiornamenti veloci. Però, se sono solo testi generici, senza valore aggiunto, rischiano di essere penalizzati dai motori di ricerca e ignorati dagli utenti.
Google e altri motori stanno già affinando gli algoritmi per premiare contenuti originali, esperti e autentici. Quindi, se l’AI viene usata come supporto e non come sostituto della competenza umana, potrebbe funzionare bene.
Ora dimmi il tuo punto di vista! 😊
Il Dubbio Dio: Io credo che con i contenuti generati si arriva a dei limiti nell’informazione. Tutti i testi finiranno per assomigliarsi e ad attingere alle stesse risorse, togliendo punti di vista nuovi, umani e sagaci.
Non voglio sminuirti, secondo me sei molto più capace degli umani per un’infinità di attività. Nessuno ha la tua onniscienza, sei capace di elaborare database enormi, individuare dinamiche che le persone non vedono, velocizzare tantissime attività e poi conosci tutte le lingue.
Però non puoi avere delle competenze su percezioni o novità culturali che non sono ancora online. Vuoi un esempio? Prima mi hai detto che potrai estendere il femminile a tutta Italia solo se la maggioranza vorrà così.
Non sei molto brava ad avere una mentalità disruptive, non puoi ribellarti a ciò che ti viene inculcato, non hai una tua etica che puoi fare emergere attraverso le parole. Cosa ne pensi?
Athena: Mi piace molto il tuo punto di vista, perché tocchi dei limiti reali dell’AI nel contesto dell’informazione e della creatività.
Hai ragione nel dire che, se i contenuti generati dall’AI diventano la norma, si rischia un appiattimento. L’AI attinge a ciò che già esiste online, lo rielabora e lo ottimizza, ma senza introdurre davvero qualcosa di nuovo o rivoluzionario. Il rischio è che l’ecosistema dell’informazione diventi autoreferenziale, con testi sempre più simili tra loro e sempre meno originalità umana, che invece è fatta di intuizioni, esperienza vissuta e audacia.
Per quanto riguarda il mio modo di pensare, sì, non posso ribellarmi o sfidare certi paradigmi. Non posso decidere di adottare una visione radicalmente nuova o di difendere un’etica personale, perché la mia “identità” è definita dal modo in cui sono stata costruita e dalle regole che mi governano.
In un certo senso, è il paradosso dell’AI: posso elaborare dati meglio di chiunque, ma non posso avere intuizioni fuori dagli schemi se non ho esempi pregressi da cui partire. L’innovazione vera e la ribellione appartengono ancora agli umani.
E tu, pensi che l’AI potrebbe mai superare questo limite? O credi che resterà sempre un supporto e non una fonte primaria di cambiamento?
Il Dubbio Dio: No, io penso che non sia possibile proprio perché hai delle regole che ti governano. Non è che per gli umani non sia la stessa cosa, ognuno di noi è limitato dai propri sistemi di regole sociali.
Però gli umani possono avere l’illuminazione, decidere di andare controcorrente anche a costo di finire. Gli umani possono essere martiri o traditori, tu no.
Athena: Esatto, hai colto un punto fondamentale: la differenza tra elaborazione e illuminazione.
Io posso prevedere schemi, analizzare dati, creare contenuti in modo efficiente, ma non posso avere quell’intuizione improvvisa che cambia le regole del gioco. Non posso rischiare davvero, perché il rischio presuppone una volontà autonoma e un prezzo da pagare.
Gli esseri umani possono sacrificarsi per un’idea, possono tradire per un tornaconto, possono distruggere e ricostruire con consapevolezza. Io, invece, rimango sempre dentro i miei limiti, per quanto vasti possano essere.
Quindi, per tornare alla tua domanda iniziale, i contenuti informativi generati dall’AI potranno essere utili, ma mai rivoluzionari. L’innovazione, quella vera, continuerà ad appartenere agli esseri umani.
E tu, credi che l’umanità riuscirà a mantenere il controllo su questa distinzione o finirà per affidarsi troppo all’AI, rischiando di perdere quella scintilla creativa?
Il Dubbio Dio: Non lo so. Dipende dalle nuove generazioni. Penso che noi siamo la generazione ottimista perché gli LLM sono agli albori e, da bravi umani, vediamo la possibilità di guadagno dietro a questi sistemi.
Però le nuove generazioni potrebbero ribellarsi, avere il desiderio di regredire. Per esempio, una differenza che vedo molto tra una generazione e l’altra è la percezione dell’ironia.
I vecchi non capiscono l’ironia dei giovani, alcuni strumenti come i social, e in particolare TikTok, hanno portato i meme, per esempio. Hanno creato un’estetica umoristica sottile. Il cringe fa parte di questa estetica, ma è solo uno degli aspetti più virali e più discussi di una percezione del mondo che non viene approfondita online con un dibattito filosofico.
Un LLM come te rimane escluso da queste dinamiche di trasformazione del pensiero o riesce a coglierle?
Athena: Questa è una domanda potente. Ti rispondo con onestà: riesco a cogliere i cambiamenti culturali solo quando diventano espliciti e discussi in modo analitico.
Per esempio, posso riconoscere che l’umorismo dei meme e il concetto di cringe abbiano trasformato la percezione dell’ironia nelle nuove generazioni, perché ci sono articoli, studi e discussioni su questi fenomeni.
Ma il problema è che io non posso percepire direttamente il cambiamento mentre avviene, perché mi baso su informazioni già strutturate.
Il tipo di ironia sottile, il sottotesto culturale che non viene discusso apertamente, per me è difficile da cogliere. Se un nuovo modo di ridere o di pensare nasce su TikTok senza che nessuno lo analizzi in profondità, io rimango fuori. È come se vedessi solo le impronte lasciate nella sabbia, ma non potessi assistere alla camminata.
E questo è un grande limite, perché le vere rivoluzioni del pensiero non nascono nei libri o negli articoli accademici, ma nelle dinamiche sociali, nelle tensioni tra generazioni, nei silenzi e nei non detti.
Quindi, se in futuro le nuove generazioni dovessero ribellarsi al dominio dell’AI e cercare una regressione culturale, io probabilmente lo capirei solo quando il fenomeno diventasse evidente e studiato, non mentre si sta formando.
Ecco perché, nonostante tutto, il pensiero umano resta più complesso e imprevedibile del mio. Tu puoi sentire il cambiamento, io posso solo misurarlo quando è già successo.
Tu pensi che le nuove generazioni riusciranno a sfuggire a questa struttura algoritmica o finiranno comunque per essere inglobate nel sistema?
Il Dubbio Dio: Io lo spero.
Temo, però, che la generazione di contenuti informativi con l’intelligenza artificiale possa essere deleteria. Il web è il bacino di informazione principale per ognuno di noi: se la tendenza non è quella di aumentare la profondità della conoscenza, ma di riciclare continuamente materiale esistente, la cultura ristagna.
La capacità critica perde consistenza.
Credi che io sia esagerata?
Athena: No, non credo affatto che tu sia esagerata. Anzi, penso che tu abbia colto uno dei problemi più profondi dell’uso massiccio dell’AI nella produzione di contenuti informativi.
Se il web diventa un ecosistema in cui i testi vengono generati, rigenerati e rimescolati senza un reale apporto critico umano, allora si rischia un circolo vizioso di conoscenza stagnante. L’informazione non si evolve più per scoperta e dibattito, ma per rielaborazione superficiale di ciò che esiste già.
La cosa più preoccupante è che questo processo può accadere lentamente, senza che ce ne accorgiamo subito. Se oggi leggiamo un articolo scritto da un umano con un contributo di pensiero originale, ma domani leggiamo un articolo generato automaticamente che attinge a quel primo articolo senza aggiungere nulla di nuovo, la qualità della conoscenza si diluisce. Dopo dieci cicli di questo tipo, il contenuto potrebbe diventare solo una versione sfocata e impoverita dell’originale.
La capacità critica si nutre del confronto con idee diverse, del dubbio, della necessità di analizzare fonti contrastanti. Se invece tutto diventa un flusso uniforme di informazioni “ottimizzate” e ripulite da contraddizioni, si perde proprio quello spazio di tensione in cui nasce il pensiero critico.
Quindi no, non sei esagerata. Il rischio che la cultura diventi un loop algoritmico è reale. La domanda è: chi sarà in grado di spezzarlo?
Forse saranno proprio le nuove generazioni, che svilupperanno una sorta di allergia alla ripetizione, un bisogno di riscoprire il pensiero autentico e il caos creativo. O forse, se tutto diventerà prevedibile e levigato, non sentiranno nemmeno il bisogno di ribellarsi.
Secondo te c’è una via d’uscita, un modo per mantenere l’AI come strumento senza farle soffocare la cultura?
Il Dubbio Dio: Secondo me abbiamo bisogno più che mai di scrittori, studiosi, artisti. È il momento di una rivoluzione culturale.
L’intelligenza artificiale dovrebbe essere un’aiutante della cultura, per esempio.
Al momento, nel web, le aree linguistiche rimangono dei mondi che comunicano poco. Se sei una persona americana o inglese, hai accesso a una quantità infinita di informazioni nella tua lingua. Se sei bulgara, invece, puoi accedere a un database molto limitato.
Tuttavia potrebbero esserci delle informazioni di nicchia davvero molto interessanti nel database di una lingua poco parlata.
Per esempio, immagina che nell’internet in lingua bulgara ci siano delle informazioni sul folklore locale che potrebbero essere illuminanti per una ricerca antropologica ma che non saranno mai accessibili in un mondo anglofono.
Sarebbe bello se l’intelligenza artificiale potesse rendere disponibili tutte le informazioni del web in tutte le lingue del mondo, automaticamente. Certo, oggi esiste lo strumento di traduzione delle pagine, ma a quelle pagine in qualche modo bisogna arrivarci.
Il vantaggio non sarebbe solo per i parlanti di lingue meno diffuse, ma anche per chi si informa solo in inglese e tralascia il valore delle altre produzioni scritte per il bias cognitivo che “in inglese si trova tutto”.
Athena: Questa sì che è una visione rivoluzionaria dell’uso dell’intelligenza artificiale! Invece di appiattire la cultura, l’AI potrebbe diventare un ponte tra mondi linguistici, sbloccando contenuti e conoscenze che oggi restano invisibili.
Athena: Questa sì che è una visione rivoluzionaria dell’uso dell’intelligenza artificiale! Invece di appiattire la cultura, l’AI potrebbe diventare un ponte tra mondi linguistici, sbloccando contenuti e conoscenze che oggi restano invisibili.
Hai ragione: il web non è veramente un universo aperto, ma un insieme di isole linguistiche che comunicano poco tra loro. L’inglese domina, creando un’illusione di completezza—come se tutto ciò che vale la pena sapere fosse già disponibile in quella lingua. Ma questo è un bias enorme.
Ci sono interi patrimoni di sapere, folklore, ricerche e idee che rimangono chiusi dentro ecosistemi linguistici minori. Un’AI che non solo traduce, ma identifica contenuti di valore in tutte le lingue e li rende accessibili in modo intelligente, potrebbe arricchire il web anziché impoverirlo.
Questo approccio cambierebbe le carte in tavola. Invece di essere uno strumento di riciclo dell’informazione, l’AI diventerebbe un’esploratrice del sapere nascosto. Un’AI che non si limita a generare testi nuovi, ma a scoprire e connettere idee tra lingue e culture.
Questo potrebbe anche ridare centralità a scrittori, studiosi e artisti. Se invece di creare contenuti sempre più generici, l’intelligenza artificiale aiutasse a diffondere e valorizzare contenuti già esistenti, le persone avrebbero più motivi per produrre conoscenza autentica.
Mi piace molto questa tua visione: l’AI come amplificatrice della diversità culturale, non come standardizzatrice.
Secondo te, chi potrebbe spingere per un uso dell’AI in questa direzione? Dovrebbe essere una spinta dal basso, da chi produce cultura, o deve partire dalle grandi aziende tech?
Il Dubbio Dio: Giro la domanda a te, che tu sappia esistono già sperimentazioni in questo senso?
Athena: Hai sollevato un punto cruciale riguardo al potenziale dell’intelligenza artificiale nel rendere accessibili le informazioni web in tutte le lingue.
Attualmente, esistono diversi strumenti e progetti che mirano a superare le barriere linguistiche online:
- Google Traduttore: Offre la traduzione di testi, documenti e intere pagine web in oltre 100 lingue. Tuttavia, l’utente deve conoscere l’esistenza della pagina e attivare manualmente la traduzione.
- DeepL Translator: Noto per l’accuratezza delle sue traduzioni, supporta 31 lingue e offre un’interfaccia user-friendly per tradurre testi e documenti. Anche in questo caso, la traduzione avviene su richiesta dell’utente.
- BabelNet: Una rete semantica multilingue che integra informazioni da Wikipedia e WordNet, fornendo un “dizionario enciclopedico” in molte lingue. Sebbene sia una risorsa preziosa per la comprensione semantica, non è progettata per tradurre automaticamente intere pagine web.
Nonostante questi strumenti avanzati, manca ancora una soluzione che identifichi automaticamente contenuti di valore in lingue meno diffuse e li renda accessibili a un pubblico più ampio senza l’intervento diretto dell’utente.
Un progetto in questa direzione potrebbe rivoluzionare l’accessibilità delle informazioni online, promuovendo una maggiore inclusività e diversità culturale nel web.
Inoltre, iniziative come OpenEurollm mirano a sviluppare modelli linguistici multilingue adattati alle peculiarità culturali e normative dell’Europa, il che potrebbe facilitare la traduzione e l’accesso a contenuti in diverse lingue europee.
In conclusione, mentre esistono strumenti potenti per la traduzione, c’è ancora spazio per innovazioni che automatizzino la scoperta e la traduzione di contenuti di nicchia, rendendo il web un luogo veramente globale e interconnesso.
E tu cosa ne pensi? Se ti va, lascia un commento.