Può accadere che tutto il contenuto di Internet svanisca

Nel corso dei secoli il sapere umano è stato affidato a supporti materiali, in particolare ai libri. Negli ultimi decenni, però, la produzione stampata è calata a picco, in favore della diffusione di contenuti in digitale. Blog, podcasts, video, sono i principali strumenti di divulgazione di questa epoca. E la permanenza della cultura di cui essi si fanno promulgatori dipende tutta da Internet.

Potrebbe accadere che tutta questa memoria digitale svanisse? E se un giorno ci svegliassimo e tutto quello che tutti abbiamo riversato nel web non esistesse più? Niente più informazioni finanziarie in diretta, niente più notizie, niente più show, niente più TikTok, niente più vendite online. Niente più posta.

Il mondo finirebbe. Sul web si trova anche gran parte della produzione scientifica degli ultimi dieci anni. Cosa accadrebbe se tutto il contenuto di internet venisse cancellato?

Black Hole: edit: NASA/CXC/M.Weiss

Oblio, damnatio memoriae, cancel culture

Quando parliamo di damnatio memorie, o di oblio, ci riferiamo ad interventi politici di rimozione della memoria collettiva. Si tratta di un meccanismo reiterato nel corso della storia dell’uomo. Nelle varie epoche sono state cancellate le tracce di migliaia (o forse milioni, chi può saperlo) di persone e popoli. Le motivazioni alla base sono le solite di tutte le persecuzioni: impedire che la parola o l’esistenza di qualcuno possa influenzare l’ordine pubblico.

Nell’ultimo periodo va molto di moda un tema che per certi aspetti si ricollega all’idea di damnatio memorie: quello della cancel culture, il comportamento sociale che porta alla cancellazione dal web di persone o aziende che hanno condiviso contenuti oltraggiosi per l’opinione pubblica.

La discussione in corso è di natura etica, e verte principalmente sul diritto alla libertà di espressione. Ci si scervella per capire quale sia il limite tra giustizia e libertà, tra contenuto nocivo da rimuovere ed espressione lecita.

Intanto il tribunale del web decide ‘democraticamente’: trova che i tweet di J.K. Rowling siano transfobici? Nessun problema, si possono eliminare per sempre. Trump dà fuori di matto su Facebook? Via anche quello. La decisione si basa su un consenso ottenuto dai like. L’obiezione è la seguente: se la libertà di espressione per esistere necessita di un contesto democratico, l’outuput della sua attuazione non deve essere per forza condiviso dalla maggioranza. Una persona può condividere anche un pensiero impopolare, certa di non ritrovarsi alla forca il giorno dopo. È un po’ il concetto alla base della libertà di espressione. Se uno ha qualcosa da dire, deve poterlo fare anche senza incontrare consenso.

La struttura sociale ha già le redini della formazione scolastica e spirituale, sarebbe opportuno che ognuno decidesse con la propria testa a quali opinioni dare seguito. Da non dimenticare inoltre, che mentre l’Occidente ha la possibilità di blaterare sulla cancel colture, il resto del mondo vive la censura come una realtà quotidiana. In Italia, il dibattito sulla cancel culture ha raggiunto la sua massima temperatura a luglio dello scorso anno, quando è giunta la notizia di una lettera sulla libertà di parola pubblicata dalla rivista americana Harper’s e firmata da 150 intellettuali. Weird (link dell’articolo in bibliografia) osserva come la diatriba sia stata strumentalizzata, facendone subito un discorso di parti politiche.

Il vero problema è che tutti si sono preoccupati dei contenuti sul web, ma non al contenitore Web. Potrebbe mai accadere che tutto il contenuto di internet venisse rimosso?

Culture cancellate

Le guerre hanno da sempre mirato a saccheggiare o distruggere le culture avversarie. Nel I secolo d.C. la distruzione della biblioteca di Alessandria cancellò i saperi della cultura pagana. Il 10 maggio 1933, sull’Unter den Linden di Berlino, una folla di 40.000 persone intonò e applaudì mentre i libri di ebrei, omosessuali e comunisti venivano consegnati alle fiamme. ll 25 agosto 1992, le forze serbe fecero piovere granate sulla Biblioteca nazionale e universitaria di Sarajevo in Bosnia ed Erzegovina. Negli ultimi anni, la Biblioteca nazionale di Baghdad la è stata saccheggiata più volte, e sono stati distrutti milioni di documenti d’archivio. Il 26 gennaio del 2012 i mujahidin del nord, durante l’occupazione del Mali, hanno dato alle fiamme diversi manoscritti nel cortile della biblioteca di Timbuctu.

Combo photographs show Sarajevo’s National Library burn due to Bosnian Serb shelling in 1992, top, and restored in a photograph made on Thursday Nov. 17, 2005. (Photo: ddp images/AP Photo/Hidajet Delic)

Qui stiamo parlando solo di libri e biblioteche distrutti volontariamente dall’uomo, ma a questo numero si può sommare quello di tutte le opere d’arte e i film persi in circostanze naturali o accidentali.

Viene da pensare che se tutta questa cultura fosse stata digitalizzata, pur nel dispiacere di aver perso le testimonianze materiali, avrebbe almeno lasciato una traccia indissolubile. La gestione dei nuovi dati, fortunatamente, è del tutto delegata alla rete. Persino le persone comuni pagano per avere slot nei server, nei quali conservare in eterno tutte le proprie memorie. Ma come vedremo tra poco, questo per sempre è solo una dolcissima illusione.

Chi ha meno di vent’anni non ha scatoloni da conservare nell’armadio

Senza fotografie e quaderni da conservare nell’armadio o in cantina, la generazione Z ha più spazio.

Prendiamo come esempio due attività normalissime: disegnare e scrivere musica. Fino a dieci anni fa, chi volesse disegnare doveva andare in colorificio e spendere. Mentre valutava cosa scegliere, doveva poi tenere in conto il fattore quantità, e se comprava dieci fogli, dieci sarebbero stati fino alla spesa successiva. Oggi chi disegna sullo schermo del tablet o con un software ha a disposizione infiniti fogli (oltre che strumenti potentissimi per riempirli). Lo stesso discorso vale per chi scrive musica, e che prima doveva usare matita e spartiti. Ora può letteralmente mettere le mani sulle onde sonore, registrarle illimitate volte e, soprattutto, cancellare quello che gli suona di troppo.

È così che diventa possibile aumentare a dismisura i ritmi produttivi: con la disponibilità infinita di spazio a disposizione.

Registri, non ti piace, butti. Registri, non ti piace, butti. Nessuno spreco materiale.

Anche lo spazio per lanciare il proprio prodotto è illimitato su piattaforme come YouTube, Spotify e anche su MySpace, prima che venisse eliminato dall’oggi al domani. Ecco che l’esempio di MySpace è fondamentale per prendere atto della fragilità dei dati in rete. Nel 2019, a causa del fallimento di una migrazione dati, 50 milioni di tracce musicali e altri file, sono andati persi.

Certo, non tutto era cultura da conservare o da tramandare ai posteri. Da sempre qualcosa si salva e qualcosa d’altro no. L’accaduto, però, ci mette di fronte ai limiti dello spazio infinito.

Vint Cerf e il Digital Black Hole

La possibilità universale di produrre e postare contenuti, porta a una minore inibizione nei confronti dell’errore: si possono condividere anche cose brutte e in rete, proprio come nel mare, si accumula un sacco di spazzatura.  Esserci liberati dalla necessità della stampa, che decideva cosa pubblicare e cosa no, è un progresso. Ma la possibilità di condividere qualunque cosa, provoca una sovrapproduzione di contenuti in rete che non verranno mai fruiti. Il web è un’insalatiera, nella quale diventa sempre più difficile individuare i contenuti di qualità. E tutto quello che c’è dentro, è destinato a perdersi nei meandri dei più remoti server, fino a spegnersi completamente.

Questa rivelazione è stata pronunciata all’inizio del 2015 Vint Cerf (a.k.a. uno dei Fathers of the Internet). All’epoca aveva creato dello scalpore su testate come Financial Times e Guardian per aver affermato che a causa dell’obsolescenza dei dati digitali, un intero secolo potrebbe finire dimenticato. Il fenomeno per cui tutte le informazioni archiviate digitalmente potrebbero essere cancellate da aggiornamenti tecnologici, mettendo in pericolo la somma totale della conoscenza umana, viene definito digital black hole.

La dichiarazione, dopo un primo clamore, non ebbe grande eco, e la cultura materiale viene digitalizzata sempre di più. Basti pensare che nel 2015, quando Vint Cerf espresse la sua profezia, i sistemi Cloud non conoscevano ancora l’espansione di oggi.

Ovviamente gli enti più consapevoli hanno messo in atto delle strategie di conservazione per la cultura digitale: nel 2010, la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti ha firmato un accordo con Twitter per archiviare i tweet pubblici inviati dalla nascita della piattaforma e per rendere questi dati disponibili per l’analisi e la ricerca. Nel Regno Unito, la British Library sta lavorando per salvare dal “buco nero digitale” tutte quelle informazioni che vengono perse quando un sito viene chiuso. Dal 2004 lavora all’archiviazione di siti web a beneficio delle generazioni future. L’impegno ha ricevuto un enorme impulso nel 2013 quando sono entrate in vigore le norme sul deposito legale non cartaceo e hanno permesso alla British Library, così come alle altre cinque biblioteche di deposito del Regno Unito, comprese quelle delle università di Oxford e Cambridge e del Trinity College di Dublino, di archiviare tutto materiale pubblicato digitalmente.

In Italia i maggiori investimenti per l’archiviazione dei beni culturali e documentali, si muove ancora in senso opposto, in direzione della digitalizzazione e della conservazione on line.

Cataclismi, pandemie, guerre e conservazione della memoria

Quando succede un cataclisma, l’uomo si rende conto della propria impotenza. Fenomeni naturali, guerra, pandemie, portano ad avere una maggiore percezione della transitorietà del nostro passaggio. In queste circostanze il tema della memoria e la necessità di lasciare una traccia diventano prioritari. Internet dà l’illusione di essere un contenitore inesauribile, ma è fragile. In un conflitto non armato, ad esempio, i server potrebbero essere distrutti, o i contenuti hackerati.

Cultura, dati, ricordi personali, foto, data base aziendali, documentazione grigia, file più o meno importanti. Siamo davvero certi che la nostra memoria digitale sia protetta?

Per maggiori approfondimenti continua a seguire il dubbio dio.

Bibliografia

Pubblicato da il dubbio dio

Tecnologia e AI

Lascia un commento